Scrive Fabio Zagato nell’introduzione al suo Atlante “I Meridiani Shiatsu” (Ed. Edra):
La percezione
Innanzitutto, percezione di che cosa? Gli strumenti tattili che noi utilizziamo per raccogliere informazioni sullo stato energetico del ricevente sono principalmente il palmo della mano, il pollice e, in qualche misura, le tre dita mediane.
Altri strumenti utilizzati nella pressione Shiatsu, il pugno, il gomito, a volte il ginocchio o il piede, probabilmente permettono soprattutto un intervento sulla parte trattata, più che una percezione sottile delle condizioni energetiche dell’Area di Valutazione o del Meridiano.
Appropriatamente educati, questi strumenti percettivi, che sono normalmente a disposizione di ognuno di noi, permettono di verificare la condizione energetica del ricevente utilizzando due categorie di valutazione diverse e non sovrapponibili, ma sinergiche, Kyo/Jitsu e Yin/Yang.
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Soggettività della percezione
Il problema principale della percezione tattile è che non si può prescindere dal fatto che assieme alla percezione c’è un percettore, ossia un praticante di Shiatsu, in questo caso, che traduce le sensazioni che prova, usando un filtro interpretativo che è determinato dalla sua personale struttura energetica e dalle sue esperienze.
L’interpretazione soggettiva è naturalmente lo strumento che tutti usiamo per relazionarci al mondo attorno a noi attraverso gli organi di senso.
Il praticante di Shiatsu deve registrare e interpretare sensazioni tattili non sempre semplici da identificare ed essere in grado di comprenderle in termini energetici per poter adattare il suo intervento alla necessità del ricevente.
La percezione del corpo-energia del ricevente è cosa più complessa della percezione, per esempio del vetro di una finestra. Se dieci persone posano una mano sul vetro probabilmente in molti avranno percezioni sensoriali simili: freddo, liscio, ecc., ma le sensazioni percepibili dal contatto con il corpo di un essere vivente possono essere le più diverse, soprattutto se chi sta percependo non è “orientato” a comprendere bene il proprio percepire.
Consideriamo come, per esempio, vada ricordata una verità semplice ma che a volte un po’ dimentichiamo, e cioè che noi non percepiamo l’altro, percepiamo solo noi stessi.
Dire che percepiamo il mondo intorno a noi, o specificamente il ricevente, vuol dire esclusivamente che noi percepiamo in noi stessi i cambiamenti che il contatto con il mondo o con il ricevente provocano in noi attraverso gli organi di senso.
Noi non percepiamo l’altro. Noi percepiamo le nostre reazioni al contatto tra i nostri organi sensoriali e l’altro. Quindi percepiamo sempre e solo noi stessi.
Questo ha varie conseguenze, ma per il ragionamento che stiamo facendo ne ha una primaria, e cioè che per essere sensibili all’altro noi possiamo solo essere presenti e sensibili a noi stessi. Ciò vuol dire quindi che noi dobbiamo avere buona conoscenza percettiva di noi stessi, se vogliamo renderci conto con abbastanza chiarezza di cosa cambia in noi quando entriamo in contatto con l’altro.
Perché ciò che cambia in noi in un certo senso è “l’altro in noi”. E questo vuol dire che l’altro non può mai essere esterno a noi, ci piaccia o meno.
Ritengo perciò che sia importante fornire una griglia che riduca al minimo le fluttuazioni interpretative del percettore, fornendogli l’addestramento utile a mantenere a fuoco la sua attenzione in relazione ai comportamenti e alla quantità.
Essere presenti a se stessi vuol dire utilizzare adeguati strumenti che sviluppano quest’attitudine della mente; possono essere usate tecniche di meditazione o di auto-percezione di vari tipi.
Quello che è importante è che aiutino il praticante ad essere in contatto con le sensazioni del suo corpo-energia, ad “abitarlo” con tranquillità il più continuamente possibile. Ciò si risolverà in una migliore condizione di benessere per lui, e gli permetterà di sviluppare la sensibilità richiesta.
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